PARAFULMINI

Spesso per ineducazione non siamo avvezzi ad attenzionare quel che una volta chiamavamo “nostra miseria”: coacervo di complessi, attitudini disfunzionali, ferite irrisolte, limiti in genere. L’apparente stretta necessità dei tempi d’apparire impeccabili sotto ogni punto di vista, e per ogni inquadratura di fotocamera, ci confonde spingendoci verso un apparire esasperato e sempre più disancorato dalle radici della riflessione interiore. Ciò ha un costo che si rivela via, via crescente: il non guardare responsabilmente a quanto ci attraversa ce ne rende succubi in diversi modi, di cui la superficialità ed i sensi di colpa sono solo i più eclatanti. Procedere caparbiamente su questa linea di forzata disattenzione induce in noi della tensione che raggiunti certi limiti richiede ineludibilmente un’espressione al fine di sopravviverne. Se a questo fare ignorante s’associa la deresponsabilizzazione d’ogni nostro agire e dire, ad esclusione di ciò che raccoglie riconoscimento e lode, ecco che succede quel patatrac che insisterà più o meno drasticamente sul volano infernale di questa dinamica. Sarà inevitabilmente chi ci è a fianco che ne farà le spese: diverrà il nostro parafulmine, il capro su cui proiettare il nostro peccato (leggi: atto privo di consapevolezza ed amore). Se invece sentiamo che non possiamo permetterci di minare la persona che ci affianca, allora eleggeremo nostro malgrado e sempre senza lume di coscienza un terzo su cui riversare gli effetti del nostro malanimo così negligentemente coltivato. Talvolta carnefici, talvolta vittime e tante più volte carnefici quanto più obnubilati interiormente.

Ahimè… è un dato di fatto!

Tra la posizione di piena e responsabile presa di coscienza e la totale assenza a sé stessi che ci porta a distribuire arbitrariamente i nostri nefasti strali, v’è una terra di mezzo che non è l’arcinota giusta misura ma lo strisciante disamore verso sé stessi. Già… invece di fruire della “messa a terra” fornita in modo ignaro da qualcuno, ecco che ce la prendiamo connoi stessi senza neppure rendercene conto, per noi è “normale”: ciò che abbiamo sempre vissuto a quella maniera. Il termine “noi stessi” necessita un minimo di chiarimento: se siamo lo spirito che anima questo sistema che chiamiamo incarnazione dato dal corpo, dalle emozioni e da una certa classe di pensiero, potrebbe risultare un termine poco attagliato. Se invece ci identifichiamo con tutto il costrutto sopracitato potrebbe essere valido ma non ci aiuterebbe a distinguere bene. Partiamo quindi dall’assunto che riceviamo (sviluppiamo?) un sistema d’incarnazione che ci permette di fare un’esperienza evolutiva in questa realtà, come tante scuole esoteriche esprimono ed in parte cercano di dimostrare, così ci sarà più semplice capire come sia importante imparare a prenderci cura nell’ascolto profondo (auscultare) di ciò e soprattutto di chi ci è stato affidato. Dopo questa dovuta digressione riprendiamo il ragionamento per constatare che abbiamo imparato ed ereditato tutti i codici di rapporto con questo spazio e tempo da altri, in special modo dalla famiglia e se in questa abbiamo primariamente mutuato modalità tronche nell’amare, pedissequamente saremo indotti a perpetuarle. Per come hanno disposto di noi quale elemento di compensazione alle varie mancanze relazionali della famiglia e/o dell’ambiente vissuto, così avremo la tendenza a ripeterle identicamente su “noi stessi” se permarremo pervicacemente nell’oblio dell’ascolto della nostra coscienza (essenza?). Solo quest’ultima infatti è la via per l’integrazione degli elementi mancanti al codice in fieri della nostra evoluzione e di quella dell’umanità intera.